Sergio Scatizzi “Frutti”

Sergio Scatizzi
“Frutti”
Olio su tavola
cm 32×45,3
1961
Gli anni Sessanta hanno segnato per Scatizzi un vero e proprio momento di rottura nei confronti dei canoni pittorici imposti, siano essi diktat provenienti dalle accademie oppure da gruppi volutamente anticonformisti, non sempre mossi da un genuino modo di essere ma spesso per esigenze di appartenenza.
Scatizzi si discosta completamente da questi meccanismi, preferendo sperimentare autonomamente varie tipologie di linguaggio, alla ricerca di una propria espressione identitaria.
In questo caso i frutti si perdono, la componente figurativa si dissolve, fagocitata dalla pittura informale.
L’ultimo baluardo figurativo rimane il grappolo d’uva sulla sinistra, ed anch’esso appare costruito con brevi e densi tocchi.
Man mano che spostiamo lo sguardo le concrezioni di materia si fanno sempre più dense, grumose, quasi minerali, gli aggetti si fanno sempre più prominenti sfiorando in modo ancora più concreto una dimensione tridimensionale, scultorea.
Questa dirompente gestualità che ci ha trascinati in turbinii e saliscendi inaspettati, riesce a lasciare lo sguardo madido di un sentore d’eleganza ed appagamento visivo, esattamente come l’effetto prodotto da un buon vino sul palato di un intenditore.
Sergio Scatizzi
“Fruits”
Oil on board
cm 32×45,3
1961
For Scatizzi, the 1960s marked a genuine break with established pictorial conventions, whether these were diktat imposed by art academies or by deliberately non-conformist groups, not always driven by a genuine way of being but often by a need to belong.
Scatizzi completely distanced himself from these mechanisms, preferring to experiment independently with various forms of artistic language in search of his own distinctive expression.
In this instance, the fruits are lost; the figurative element dissolves, swallowed up by informal painting.
The last figurative bastion remains the bunch of grapes on the left, and even this appears constructed with short, dense brushstrokes.
As we shift our gaze, the concretions of matter become increasingly dense, lumpy, almost mineral-like; the protrusions grow ever more prominent, verging even more tangibly on a three-dimensional, sculptural dimension.
This disruptive gesturalism, which has swept us into unexpected whirlwinds and ups and downs, manages to leave the eye imbued with a hint of elegance and visual satisfaction, just like the effect produced by a fine wine on the palate of a connoisseur.














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